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Parliamo di Malattia e lavoro

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Il Codice Civile e l'art. 2087

Trascorso della legge italiana in materia di sicurezza degli ambienti di lavoro

Il Codice Civile del 1942 prende in considerazione, per la prima volta ed in termini assolutamente nuovi, il problema della sicurezza del lavoro, con l'introduzione di una Norma fondamentale espressa dall’art. 2087.

 Tale articolo prevede l’obbligo per l'imprenditore di adottare, nell'esercizio dell'impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Viene così già fin d'allora configurato, sebbene sotto l’esclusivo profilo legislativo, il “dovere di sicurezza” che, in seguito, con la promulgazione della nuova Carta Costituzionale, ne diviene uno dei principi fondamentali del Diritto del Lavoro.

 L'art. 2087 c.c. detta un principio generale: “L'imprenditore è tenuto ad adottare, nell'esercizio dell'impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”: il datore di lavoro, proprio perché esercita un'attività economica, deve perciò garantire l’adozione di tutti i sistemi in possesso della tecnica atti a prevenire e proteggere la salute e la sicurezza dei lavoratori nonché a salvaguardare la personalità morale degli stessi.

Leggi tutto: Sicurweb

Vedi anche...

°Statuto dei Lavoratori
°Costituzione Italiana
°CCNL
°Legge 626

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Considerazioni

Un dipendente (in questo caso del Pubblico Impiego) ammalato è, come vuole il qualunquismo imperante, solo un lavativo [nano pelato docet], un disonesto, uno che ruba lo stipendio e che scarica sui colleghi il lavoro a lui assegnato. In alcuni casi è così ma non si può fare dell'eccezione la regola. Consideriamo che la persona che si ferma a casa in malattia sia veramente malata, se poi parliamo di una malattia seria e invalidante connotata come *cronica, le assenze saranno molte quindi se supererà il periodo consentitogli dal suo contratto di lavoro, troverà la sua busta paga più leggera diciamo di un quinto. Ma la persona sta male, con medicine e cure tampona per un po' quindi rientra a lavorare per poi fermarsi ancora. Il risultato sarà lo stipendio dimezzato e alla fine gli sarà tolto del tutto. Inoltre superato il periodo di comporto il datore di lavoro ha diritto di recedere dal contratto:
per un approfondimento leggete qui.

Mi chiedo, è giusto che una persona che già soffre e hai suoi problemi legati alla malattia (compresi i medicinali che costano... e le visite: se le fate nell'ASL di appartenenza sappiate che, a prescindere dal costo ultimo, pagate già 10 euro in più
[-Leggi la tabella -Approfondimento],
se andate privatamente fatevi il segno della croce e pregate!!) debba subire anche uno scippo sullo stipendio? Se è malato e senza soldi come fa a curarsi? e se paga le cure e non l'affitto di casa, perché alternative non ce ne sono, e si ritrova in mezzo alla strada...? non tutti hanno un marito o una moglie che li aiuti con un altro stipendio (e anche lì non sono sempre rose e fiori).

La questione non è di facile soluzione: dal punto di vista legislativo è tutto abbastanza chiaro, puoi prendere permessi per visite e cure, hai diritto alla mutua da distribuirsi in un arco di tempo secondo le modalità del tuo contratto.
Considerando la questione anche da una angolazione ergonomica* e di gestione delle risorse umane e di produttività ecco che diventa comprensibile l'allontanamento del lavoratore che non è più utile all'azienda: non è in grado di lavorare? allora non ha diritto ad un lavoro, lo lasci a chi il lavoro non ce l'ha!
Considerando invece la questione sotto un profilo etico non si può ignorare che stiamo parlando di una vita, di un essere umano che, finché non gli è capitata la disgrazia di ammalarsi, ha dato il meglio di sé (parliamo sempre di ciò che fa la maggior parte della popolazione adulta), magari alle spalle ha anche anni di studio. Se è una donna avrà diviso il suo tempo anche con gli impegni familiari, e sappiamo bene cosa vuol dire... doppio lavoro e quello in casa non è retribuito e molto spesso poco o per niente apprezzato!

Che ne facciamo di queste persone? Licenziarle? Così restano senza pensione e vorrei capire come si può cancellare così una persona dalla faccia della terra! Se gli viene concessa l'inidoneità e non ha maturato abbastanza anni di servizio il computo della pensione sarà fatto in base a quegli anni.

Quando il datore di lavoro ritiene che tu sia veramente un peso per l'azienda cosa fa? Richiede una vista dal medico legale per stabilire l'idoneità o meno al servizio e l'eventuale collocamento ad altro lavoro. Faccio l'esempio del comparto scuola perché è quello che conosco meglio e inserisco :

Nuove dichiarazioni di inidoneità

Il personale della scuola con contratto a tempo indeterminato può chiedere in qualsiasi momento di essere sottoposto a visita medico-collegiale per accertare l’eventuale inidoneità al servizio. Qualora venga riconosciuta l’inidoneità permanente a svolgere qualsiasi lavoro si deve procedere alla dispensa dal servizio per infermità. In questi casi si ha diritto al trattamento di pensione sulla base degli anni effettivamente maturati, alla sola condizione che si possano vantare almeno 15 anni di contribuzione. Inoltre, nei casi di infermità più gravi, si può richiedere il riconoscimento dell’inabilità, una sorta di inidoneità più “pesante” che produce effetti più vantaggiosi sul trattamento pensionistico. In mancanza del requisito minimo, se sussistono le condizioni di reddito richieste, si può ottenere l’integrazione al trattamento minimo INPS. Se invece l’inidoneità non è estesa ad ogni attività lavorativa ma, pur essendo permanente, è limitata alle mansioni del profilo o a parte di esse, il lavoratore ha due possibilità:

1. può andare in pensione alle condizioni sopra richiamate

2. può optare per l’utilizzazione in altri compiti
Cosa accade se si sceglie di essere utilizzati?

Leggi tutto: flcgil

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Considerazioni2

Si colpevolizza la persona colpita da malattia, le si scarica addosso il senso di colpa, il sentirsi inutile, improduttiva, un peso per tutti. Ci sarà un modo differente di affrontare queste situazioni! Onestamente chi non pagherebbe qualsiasi cifra pur di guarire?
Il lavoratore malato, come dicevo sopra, ha diritto a dei permessi per curarsi e puo' usufruire della mutua, ma chi non ha sperimentato il senso di disagio nel fare queste richieste? Anche nei casi in cui non vi siano attriti di sorta all'interno dell'azienda, assentarsi dal posto di lavoro e lasciare i colleghi a svolgere il tuo lavoro (a meno che tu non sia protetto psicologicamente da un muro di gomma) ti fa sentire in difetto, colpevole, spesso è la direzione stessa che ti fa penare per avere questi permessi, oppure sono i colleghi che al tuo rientro ti raccontano per filo e per segno che, guarda caso proprio quando tu non c'eri (!) hanno dovuto sobbarcarsi del lavoro non previsto più il tuo... "ma non per rinfacciarti qualcosa, eh?". Racconto questo episodio a chiosa di quanto sopra:
un giorno una professoressa mi ferma in aula computer e mi chiede come sto, parliamo un po' poi ad un certo punto mi guarda fisso negli occhi e mi dice: "Mi spieghi perché hai questa tendenza a giustificarti ogni volta che parli della tua malattia? Tu non devi dare spiegazioni a nessuno, non hai colpe se ti assenti perché stai male.", poi scrollando la testa e con gli occhi lucidi, quasi parlasse fra sé e sé dice: "Incredibile come riescano a mettere in difficoltà una persona già debole e vulnerabile..." Io sono rimasta molto colpita da queste poche frasi perché all'improvviso mi sono resa conto della mia insicurezza, della mia inutile ansia, del mio sentirmi costantemente in difetto e quindi in dovere di giustificarmi con tutti... anche con persone che mi pugnalavano alle spalle, mi addossavano fatti incresciosi creati ad arte per mettermi in difficoltà con il DSGA (Direttore Servizi Generali Amministrativi) e con la vicepreside, forti del fatto che tra le mie assenze e il mio perenne stato di stordimento da medicinali e da dolore cronico, io avessi qualche difficoltà a ricordare i fatti o a concentrarmi su insulsaggini che esulano dal mio modo di essere.
....................................
Ecco come può nascere il boicottaggio,(v. mie considerazioni sul mobbing) il linciaggio di una persona già colpita dalla sorte in malo modo. Il mio più grave difetto? Tentare di farmi capire e di capire, credere nel dialogo e nel confronto sincero, mettendomi a nudo nel modo più diretto possibile, perché credo in un viaggio comune, in un percorso che noi esseri umani dobbiamo compiere... insieme ma con la nostra originalità, perché questo viaggio non sia un inutile trascinarsi nella polvere, uno spreco di intelligenze e di anime.. siamo qui per un motivo che resta avvolto nel mistero ma che intuiamo solo se ci soffermiamo ad alzare lo sguardo oltre la piastrella che "toccava lavare a te, e a me non compete", oltre il pettegolezzo sulla presunta malattia del collega "ma sarà vero che sta così male?", oltre le nostre miserie quotidiane. Io non mi chiamo fuori da questi meccanismi ma tento, cerco, mi impegno ad uscire dal fango e dalla miseria di un' umanità che ha rinunciato ad ascoltare e a vedere (non solo sentire e guardare). Siamo fragili e da soli lo siamo ancor di più.
Cito una frase di Bertinotti, intervistato nel corso di una sua visita a Gubbio:
"Se c´è qualcosa che conta più della vita umana, allora la morte è una necessità"

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Sui diritti del malato

... vice-presidente della Commissione Affari Sociali di Montecitorio, dice:
"le carenze sanitarie rispecchiano un problema culturale più profondo, quello della "celebrazione del benessere" e della "rimozione della sofferenza e del dolore": meno parole sulla "qualità della vita", dunque, e più attenzione alla "dignità della vita", con un'azione collettiva e plurale mirante a "farsi carico della persone che soffre". "Se tutti i diritti sanciti dalla Carta fossero garantiti" "anche i dilemmi bioetici sui temi del fine vita sarebbero meno pregnanti".
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Rapporto sulla: *cronicità

*L'Ergonomia (o scienza del Fattore Umano) ha come oggetto l'attività umana in relazione alle condizioni ambientali, strumentali e organizzative in cui si svolge. Il fine è l'adattamento di tali condizioni alle esigenze dell'uomo, in rapporto alle sue caratteristiche e alle sue attività. Nata per studiare e far rispettare nella progettazione una serie di norme che tutelano la vita del lavoratore e accrescono l'efficienza e l'affidabilità dei sistemi uomo-macchina, l'ergonomia ha allargato il proprio campo di applicazione in funzione dei cambiamenti che sono sopravvenuti nella domanda di salute e di benessere. L'obiettivo attuale è quello di contribuire alla progettazione di oggetti, servizi, ambienti di vita e di lavoro, purché rispettino i limiti dell'uomo e ne potenzino le capacità operative. L'ergonomia si alimenta delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche che permettono di migliorare la qualità delle condizioni di vita, in tutte le attività del quotidiano.

Approfondimenti:

-Carta dei Diritti del Malato-
-Mobilità transfrontaliera dei pazienti e dei professionisti della sanità-

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dal 2 Luglio 2007: